Falsi incidenti, 11 indagati a Messina

Messina: Sotto la lente per truffe alle assicurazioni anche due noti fiduciari delle compagnie. Scoperti falsi verbali di pronto soccorso dell’ospedale Piemonte.

Palazzo di giustizia a Messina

 Sono 11 gli indagati, e tra loro ci sono due periti, sospettati di aver truffato diverse compagnie assicurative attraverso falsi incidenti stradali.

Tutto ruota intorno alla coppia Rosaria Mazza e Francesco Patanè. I due figurano in tutti i sinistri finiti sotto la lente della Procura di Messina: per lo più investimenti di pedoni, mai avvenuti, per i quali sono state avanzate richieste di indennizzo, in alcuni casi corredati da certificati di pronto soccorso falsati. I due presentavano falsi cid anche per piccole cifre di risarcimento.

Mini truffe che non hanno peró consentito agli organizzatori di sfuggire agli investigatori, anche perché alcuni di loro erano già stati coinvolti in precedenti inchieste dello stesso tipo, in particolare in “Strike”. Tra i vari casi, anche quello, eclatante, di una ferita da colpo di pistola spacciata per lesione sa sinistro.

Insieme ai coniugi e al perito Tricomo, indagati anche Carlo Fava, Giovanni Napoli, Francesco Conti, Carlo De Salvo, Roberto Ciotto, Fabrizio Cardile, Francesco Cucinotta.

TEMPOSTRETTO

Palermo: Falsi incidenti per truffa assicurazioni, 81 indagati

Procura chiude inchiesta, danno per circa 500mila euro

Frode Assicurativa - Incidente ImcUna truffa da quasi mezzo milione di euro ai danni di diverse assicurazioni potrebbe costare il rinvio a giudizio a 81 persone a cui è stato notificato l’avviso di conclusione delle indagini. Tra di loro anche gli avvocati E. C. e R. M.. Agli indagati si contesta a vario titolo la truffa e l’associazione a delinquere finalizzata alla truffa.

Secondo l’accusa, sostenuta dal pm Geri Ferrara, un terreno nelle campagne di Partinico (Pa) era stato trasformato in una grande pista per fare scontrare le macchine. Centinaia i sinistri fasulli organizzati. Nel fascicolo dell’inchiesta ci sono i video e le foto che immortalano la costruzione ad arte dei finti incidenti per raggirare i controlli delle compagnie. La mente della banda sarebbe V. N., che si avvaleva della collaborazione di parenti e amici per organizzare le truffe alle assicurazioni. Una stessa macchina veniva utilizzata più volte, spesso cambiando la targa dopo averne denunciato il furto o lo smarrimento. Alcuni dei veicoli utilizzati per la truffa erano noleggiati: dopo il sinistro la banda le rimetteva a posto.

In un magazzino erano accatastate portiere, cofani, paraurti e altro materiale da adoperare all’occorrenza. L’appezzamento di terreno, poco distante dal centro abitato di Partinico, era protetto da alte mura di cinta. Decine gli automobilisti che hanno lucrato risarcimenti per in falsi sinistri. Coinvolti anche diversi periti assicurativi.

Nel mirino della banda dei finti incidenti sono finite, tra le altre, le compagnie Hdi, Fondiaria-Sai, Generali, Cattolica, Sara e Direct Line.

Fonte: ANSA (Articolo originale)

Truffa alle assicurazioni auto a Roma: 27 persone indagate

Coinvolti anche un avvocato e 2 medici. Creavano falsi incidenti stradali per i rimborsi

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      INFOPHOTO<br />

Roma,  (TMNews) – Creavano falsi incidenti stradali mediante la presentazione di falsa documentazione medica a carico di infortunati ed inesistenti conducenti di autoveicoli, creando un vero e proprio raggiro a danno delle compagnie assicurative. E il meccanismo per indurre in errore le assicurazioni, prevedeva svariate richieste di rimborsi di piccole somme di denaro, proprio per evitare controlli accurati.

Ma i carabinieri della Stazione di Grottaferrata e agenti della Polizia Locale di Roma Capitale U.O. di P.G. presso le Procure della Repubblica hanno interrotto questa truffa alle assicurazioni che operavano nella capitale.

In totale sono 27 le persone indagate per associazione per delinquere finalizzata alle truffe alle assicurazioni. A cinque persone, coloro i quali sono considerati i promotori dell’organizzazione, carabinieri e agenti hanno notificato misure cautelari, emesse dal Gip su richiesta della Procura di Roma. Si tratta di 2 ordinanze di custodia cautelare agli arresti domiciliari e 3 ordinanze di sospensione dall’esercizio della professione per un avvocato e due medici (un medico legale ed un radiologo).

L’indagine, nata nell’anno 2011 in seguito alle denunce sporte da alcune compagnie assicurative ai Carabinieri ed alla Polizia Locale di Roma Capitale, ha permesso di individuare un’organizzazione criminale di professionisti (medici, avvocati e periti infortunistici) resisi responsabili della falsa certificazione di 27 sinistri stradali mai verificatisi, nonché della indebita percezione dei risarcimenti assicurativi.

L’illecita attività permetteva la riscossione del risarcimento prevalentemente di incidenti mai esistiti e, in alcuni casi, di incidenti realmente accaduti ma accompagnati dalla denuncia di lesioni false o da falsi referti medici.

Colpo di frusta e lievi lesioni da sinistro stradale: addio risarcimento dalle Assicurazioni

colpo di frusta Con le modifiche introdotte nel 2012, le Assicurazioni non saranno più tenute a risarcire i danni in caso di piccole lesioni che non siano accertabili (cosiddette lesioni micropermanenti).

Nell’intento di limitare il fenomeno delle truffe alle assicurazioni e ridurre i costi dei sinistri con danni lievi alla persona, spesso oggetto di speculazione (si pensi al frequentissimo colpo di frusta), una legge del 2012 (il famigerato decreto “Salva Italia”) [1] ha posto un limite alla risarcibilità del danno biologico di lieve entità: quelle cioè che vengono detti “lesioni micropermanenti” ovvero pari o inferiori ai nove punti di invalidità.

Si parla innanzitutto di “lesioni”, ossia il tipo di patologia traumatica causata nella immediatezza dal sinistro. Diversa cosa sono le “menomazioni” che possono, eventualmente, discendere dalle prime.

La legge prevede dunque che le lesioni di lieve entità, che non siano suscettibili di accertamento clinico strumentale obiettivo, non possono dar luogo a risarcimento del danno biologico permanente. Ciò vale anche quando la vittima lamenta sintomi dolorosi non riscontrabili obiettivamente in una patologia clinica.

In pratica non saranno risarcite tutte quelle menomazioni, oggetto di una mera sintomatologia dolorosa soggettiva, non verificabili a un esame clinico e non accertabili a seguito di esami strumentali.

In tali ipotesi, non potrà dunque procedersi al risarcimento del danno biologico permanente, bensì, eventualmente, al solo danno da inabilità temporanea e alle spese mediche prodotte (quelle per le visite, i medicinali, la riabilitazione, ecc.).

Si pensi, ad esempio, agli esiti da trauma minore del collo con persistente rachialgia e limitazione antalgica dei movimenti del capo (che comportano una liquidazione fino al 2%) oppure agli esiti dolorosi di lesioni di spalla, anca, ginocchio e caviglia (che prevedono una liquidazione fino al 3-4%).

Il problema di tali lesioni è che non hanno mai trovato un riscontro in documentazioni mediche significative. Esse erano più il frutto di un dolore soggettivo non riscontrabile oggettivamente. In pratica, si operava quasi più sulla “fiducia”, una sorta di presunzione di danno (per dirla in termini approssimativi). Tali menomazioni venivano così accertate dai medici attraverso la documentazione sanitaria relativa al periodo di malattia, l’esecuzione di una terapia di riabilitazione, la dinamica e l’efficienza lesiva del trauma subito (modalità di urto ed entità del danno riportato dai mezzi coinvolti), ma anche la sussistenza di precedenti patologie o traumi e l’eventuale astensione dal lavoro.

Oggi la norma richiede di constatare la menomazione, di accertarla clinicamente, verificando, ad esempio, una contrattura muscolare, la compromissione di un legamento, il risentimento neurologico ecc.

© Riproduzione riservata

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Colpo di frusta e lievi lesioni da sinistro stradale: addio risarcimento dalle Assicurazioni


 


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Con le modifiche introdotte nel 2012, le Assicurazioni non saranno più tenute a risarcire i danni in caso di piccole lesioni che non siano accertabili (cosiddette lesioni micropermanenti).

Nell’intento di limitare il fenomeno delle truffe alle assicurazioni e ridurre i costi dei sinistri con danni lievi alla persona, spesso oggetto di speculazione (si pensi al frequentissimo colpo di frusta), una legge del 2012 (il famigerato decreto “Salva Italia”) [1] ha posto un limite alla risarcibilità del danno biologico di lieve entità: quelle cioè che vengono detti “lesioni micropermanenti” ovvero pari o inferiori ai nove punti di invalidità.

Si parla innanzitutto di “lesioni”, ossia il tipo di patologia traumatica causata nella immediatezza dal sinistro. Diversa cosa sono le “menomazioni” che possono, eventualmente, discendere dalle prime.

La legge prevede dunque che le lesioni di lieve entità, che non siano suscettibili di accertamento clinico strumentale obiettivo, non possono dar luogo a risarcimento del danno biologico permanente. Ciò vale anche quando la vittima lamenta sintomi dolorosi non riscontrabili obiettivamente in una patologia clinica.

In pratica non saranno risarcite tutte quelle menomazioni, oggetto di una mera sintomatologia dolorosa soggettiva, non verificabili a un esame clinico e non accertabili a seguito di esami strumentali.

In tali ipotesi, non potrà dunque procedersi al risarcimento del danno biologico permanente, bensì, eventualmente, al solo danno da inabilità temporanea e alle spese mediche prodotte (quelle per le visite, i medicinali, la riabilitazione, ecc.).

Si pensi, ad esempio, agli esiti da trauma minore del collo con persistente rachialgia e limitazione antalgica dei movimenti del capo (che comportano una liquidazione fino al 2%) oppure agli esiti dolorosi di lesioni di spalla, anca, ginocchio e caviglia (che prevedono una liquidazione fino al 3-4%).

Il problema di tali lesioni è che non hanno mai trovato un riscontro in documentazioni mediche significative. Esse erano più il frutto di un dolore soggettivo non riscontrabile oggettivamente. In pratica, si operava quasi più sulla “fiducia”, una sorta di presunzione di danno (per dirla in termini approssimativi). Tali menomazioni venivano così accertate dai medici attraverso la documentazione sanitaria relativa al periodo di malattia, l’esecuzione di una terapia di riabilitazione, la dinamica e l’efficienza lesiva del trauma subito (modalità di urto ed entità del danno riportato dai mezzi coinvolti), ma anche la sussistenza di precedenti patologie o traumi e l’eventuale astensione dal lavoro.

Oggi la norma richiede di constatare la menomazione, di accertarla clinicamente, verificando, ad esempio, una contrattura muscolare, la compromissione di un legamento, il risentimento neurologico ecc.

[1] Commi 3 ter e 3 quater dell’art. 32 legge 24 marzo 2012, n. 27.

Autore foto: 123rf.com

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Benvenuti nel paese dei «sinistri stradali»

Truffe alle assicurazioni, una costante. E la Campania ha il record di cause per gli incidenti, 61%, spesso inventati

Frode Assicurativa Imc «Boccaccia mia statte zitta»: la guardasigilli Anna Maria Cancellieri, davanti alla reazione degli avvocati, si sarà morsa la lingua come il pupazzo Provolino di un vecchio Carosello.

Sulle lobby professionali che ostacolano le riforme, però, ha ragioni da vendere. Basti dire che l’Italia ha il triplo degli avvocati rispetto alla media europea. E l’anomalia pesa troppo spesso, in certe aree, sulla macchina della giustizia. Un esempio? La Campania ha il 61% delle cause per sinistri stradali, spesso inventati.

Sia chiaro: guai a fare di ogni erba un fascio. C’è avvocato e avvocato, Ordine e Ordine, regione e regione. E sarebbe disonesto confondere i professionisti che fanno il loro mestiere al meglio, cercando di dare una mano per far funzionare i tribunali, con una quota di azzeccagarbugli che drogano un’enormità di cause finendo per intralciare la giustizia giusta. Lo stesso Pietro Calamandrei, del resto, in un saggio per «I quaderni della Voce» di Giuseppe Prezzolini intitolato «Troppi avvocati!», se la pigliava nel 1921 con «l’esistenza di questo proletariato forense» considerato «la sciagurata causa di tutti mali dell’avvocatura» proprio per difendere quella professione così vitale in una democrazia. E per lo stesso motivo attaccava «gli avvocati (che) riempiono le aule del Parlamento trasformandolo in Camera d’Avvocati».

Sulla base dei dati del Cepej (European Commission for the Efficiency of Justice), l’economista Leonardo d’Urso, collaboratore de «lavoce.info», ha composto una tabella che da sola dice tutto. Ogni 100.000 abitanti ci sono in Europa 127 avvocati. Bene: la media italiana è di 406. Solo la Val d’Aosta (la più virtuosa con 139) si avvicina al resto della Ue. E la sproporzione via via si accentua fino a toccare a Roma e nel Mezzogiorno numeri da brivido: 524 «toghe» nel Lazio, 586 in Puglia, 652 in Campania, 664 in Calabria. Dove c’è un legale ogni 150 abitanti contro la media continentale di uno ogni 787. Cosa vorrà mai dire: che da noi i cittadini sono molto più tutelati? Ma dai!

E sarà un caso che le regioni in cui ci sono più avvocati sono quelle in cui ci sono anche più cause? È il numero esorbitante delle cause che ha man mano fatto crescere quello dei legali o piuttosto, al contrario, è l’esubero di legali ad aver fatto crescere le cause fino a intasare i tribunali? La stessa Banca d’Italia, nello studio «La giustizia civile in Italia: i divari territoriali» di Amanda Carmignani e Silvia Giacomelli, sottolinea il parallelo: «L’effetto del numero di avvocati in rapporto alla popolazione sulla variabile dipendente risulta positivo e statisticamente significativo. In base all’evidenza empirica, le variabili che hanno maggiore impatto sul tasso di litigiosità sono il valore aggiunto pro capite e il numero di avvocati per abitante».

Traduzione: esattamente come accade nel film di Billy Wilder «Non per soldi ma per denaro», dove Walter Matthau convince il cameraman Jack Lemmon a fingersi gravemente ferito in un incidente di gioco per spillare all’assicurazione un milione di dollari, sono talvolta certi trafficoni delle aule giudiziarie a cercare i clienti e a spingerli a fare causa. E per trarne profitto è essenziale che la Giustizia funzioni peggio possibile. Per una coincidenza, mentre gli avvocati si sollevavano contro il ministro e la sua tesi sulle lobby di traverso alle riforme, l’Ania (l’associazione delle imprese assicuratrici) metteva online il suo rapporto 2012-2013. Dove si legge che «delle oltre 240 mila cause civili pendenti davanti a un giudice di pace circa 150 mila sono concentrate in Campania e, di queste, 108 mila nella sola città di Napoli. Di quelle rimanenti, altre 26 mila riguardano la Puglia, mentre 18 mila sono quelle presenti in Sicilia e quasi 10 mila in Calabria. Escludendo il Lazio (e in particolare la città di Roma), con circa 16 mila cause civili pendenti, le rimanenti regioni d’Italia si suddividono in modo uniforme appena 23 mila procedimenti». Insomma, la Campania assorbe da sola il 61% di tutti i processi per i risarcimenti danni da incidente stradale che ingombrano gli uffici dei giudici di pace. E la città capoluogo, da sola, copre il 45% più di tutto il resto d’Italia messo insieme, tolta la Campania.

Si è visto di tutto, in questi anni. Comprese, come qualche lettore ricorderà, sentenze false emesse da giudici falsi e notificate da avvocati falsi per incidenti stradali falsi. E come dimenticare Gerardo «Tapparella» Oliva, un tappezziere che in un solo anno ebbe la ventura di assistere, così disse, a 650 incidenti? Usciva di casa e vedeva un tamponamento, girava l’angolo notava un pedone finire sulle strisce sotto un motorino… È considerata praticamente un ammortizzatore sociale, qua e là, la truffa alle assicurazioni. Le quali, per carità, badano ai loro interessi e a volte fanno penare per anni dei risarcimenti sacrosanti e scaricano sui clienti rincari da brivido, ma certo devono arginare imbroglioni di ogni genere. Ecco la famigliola che in un anno denuncia 12 schianti tutti e dodici con la stessa macchina. La Lancia Y che colleziona 20 incidenti in due anni. Le cartelle cliniche false. E via così.

A volte scappa un sorriso perfino alla vittima della truffa. Come nel caso di una Suzuki 1000 che, impennandosi alla Valentino Rossi, era finita contro un’auto causando danni ingenti. Alla guida figurava una vecchia di 85 anni che non usciva di casa da tempo immemorabile. Possibile che fosse sua l’idea tentare di tirar su qualche soldo con l’assicurazione? La tradizione, del resto, è antica. Nel 1729 Montesquieu annotava già questa abbondanza esagerata di avvocati: «Non c’è un Palazzo di Giustizia in cui il chiasso dei litiganti e loro accoliti superi quello dei tribunali di Napoli. Ho sentito dire dal Viceré che ci sono a Napoli 50.000 di questi “causídici”, e vivono bene. Lì si vede la Lite calzata e vestita». Da allora son passati tre secoli…

Autore: Gian Antonio Stella – Corriere della Sera (Articolo originale)