INCHIESTA: elettriche, chi le ha viste?

Solo 25 quelle vendute nel 2012

Profondo rosso rispetto alle stime

 

MILANO – Missione compiuta. Il gruppo Renault-Nissan comanda il mercato dell’auto elettrica. Nessun altro produttore al mondo è riuscito a vendere tante vetture a batterie quante il gruppo franco-giapponese: 67.723 da quando sono state messe in commercio più di due anni e mezzo fa. 

Ma né a Parigi né a Tokyo sembrano aver molta voglia di festeggiare. Per un costruttore che nell’ultimo anno ha venduto 8,1 milioni di macchine (contando pure la consociata russa AutoVaz) numeri del genere sono gocce nell’oceano. Le previsioni erano ben diverse: nel 2011 – mica un’epoca fa – il numero uno Carlos Ghosn parlava di un milione e mezzo di veicoli a emissioni zero entro il 2016. Dopo 4 miliardi di investimenti e raffiche d’annunci, quel traguardo è lontano anni luce.

Ma la concorrenza non ha fatto meglio, anzi: la Chevrolet Volt, che ha un generatore a benzina per ricaricare le batterie in movimento, viaggia molto al di sotto delle aspettative. La General Motors perde migliaia di dollari per ogni esemplare consegnato. Lo stesso accade alla Fiat con la 500e, disponibile sono negli Usa. Per Sergio Marchionne è un business al «limite del masochismo». Persino il primo produttore mondiale, Toyota, si è defilato dalla corsa elettrica, potendo contare sull’ibrido. Una tecnologia ormai matura come confermano gli oltre cinque milioni di pezzi prodotti da fine anni 9o. Allora era una scommessa ora non più.

Quando smetterà di esserlo anche l’elettrico? In pochi si sbilanciano con stime e dati, forse perché quelli attuali sono impietosi. L’anno scorso, secondo l’Anfia, di elettriche «pure» in Italia ne sono state consegnate 524, delle quali solamente 25 (30 per l’Unrae, ma la sostanza non cambia) a privati cittadini, veri «benefattori» dell’ambiente. Tutte le altre sono in mano a noleggi e aziende. Dal conteggio sono esclusi modelli come la Volt e la Ampera, dotati di un piccolo motore termico e la Twizy, un mezzo a metà strada fra auto e scooter che sta ottenendo un buon successo (con oltre 1.500 pezzi in pochi mesi), forse proprio perché anti-convenzionale.
Ma sempre «nano-mercato» resta. «L’auto elettrica non si può vendere perché il prodotto non è ancora maturo – commenta Filippo Pavan Bernacchi, presidente di Federauto, l’associazione dei concessionari. – Mancano standard comuni, l’autonomia è limitata, il prezzo è elevato, i tempi di ricarica lunghi». Per non parlare della tenuta di valore: «Come si fa a rivenderla? Faccio un investimento importante e poi? Quando raggiungerà le prestazioni e i prezzi di un’ibrida forse ce la farà». Con la crisi poi diventa ancora più complicato, nonostante i 120 milioni in arrivo destinati a veicoli a basso impatto ambientale (anche a Gpl, metano e ibridi) – si attende la firma del decreto attuativo – previsti dalla Legge Sviluppo. «Non serviranno a nulla, sono soldi pubblici buttati: l’80 per cento andrà a imprese con un parco auto obsoleto. Un controsenso. Piuttosto serve un piano per far ripartire tutto il settore dell’automobile con incentivi e riduzione delle tasse», conclude Pavan Bernacchi.

A frenare le vetture alla «spina» non sono solo i limiti tecnici. Manca un piano coordinato, le iniziative locali sono spesso confuse e lontane dalle esigenze degli automobilisti «green». «Se si continuano a installare colonnine, come è stato fatto a Milano o a Roma, non si va da nessuna parte: sembrano monumenti all’auto ignota – denuncia piega Carlo Iacovini, fondatore di Click Utility, azienda specializzata in mobilità sostenibile. – Bisogna guardare alle aziende, come stanno facendo in America e nel resto d’Europa. In Olanda hanno finanziato un’autostrada con stazioni di ricarica grazie a i proventi della Lotteria, in Inghilterra sono nate società che si occupano solo della gestione di mezzi non inquinanti, in America ci credono le multinazionali. Deve essere il settore privato il motore dell’innovazione. Altrimenti l’auto elettrica resterà un affare per pochi».

Daniele Sparisci

11 febbraio 2013 | 12:38

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Auto: il crollo non si ferma più A gennaio vendite a -17,5%

I RISULTATI DEL PRIMO MESE 2013

Batoste pesanti per quasi tutti i costruttori

Fiat perde meno del mercato, i coreani avanzano

 vortice auto

MILANO- L’anno dell’automobile inizia come era finito. Con un altro pesante tonfo. Le vendite a gennaio sono calate del 17,5% rispetto allo stesso periodo di un anno fa. Quando già si era verificata una drastica contrazione del 17%. Segni di ripresa? Macché. Le auto immatricolate sono state 113.525.

I DATI MARCA PER MARCA

PERDONO TUTTI-Il gruppo Fiat apre il 2013 con 34.160 vetture, il 15,8 in meno di gennaio 2012, ma aumenta leggermente la quota di mercato superando i 30 punti percentuali e registra un buon successo per 500L con oltre 34 mila ordini raccolti. Batoste pesanti anche per Volkswagen, Psa Peugeot Citroen, Gm tiene un po’ meglio degli altri, Ford perde addirittura il 44%. Fra i pochi a crescere i coreani: Kia avanza del 30% superando le 3 mila unità.

«ACCANIMENTO FISCALE» Fra gli operatori di settore un grido comune: «Il mercato è schiacciato dalle tasse». Per Federauto, l’associazione dei concessionari, «solo con la manovra «Salva Italia» del 2012 gli autoveicoli hanno “donato” all’Erario oltre 5 miliardi di euro, fra aumenti di accise, superbollo e Iva». Aumenti che vanno cumulati a quelli del 2011, ricorda il presidente Filippo Pavan Bernacchi per il quale «i numeri di oggi sono il risultato dell’accanimento fiscale». Jacques Bousquet, presidente dell’ Unrae prevede il peggio: «Gennaio vale storicamente il 10% dell’immatricolato dell’anno, il consuntivo di questo mese proietterebbe a fine anno un risultato che non voglio nemmeno immaginare». «Non poteva essere diversamente» aggiunge poi «in assenza di interventi di alleggerimento dell’enorme pressione fiscale sulle famiglie e del credito alle imprese». Perché la crisi delle automobili -secondo un’analisi del Centro Studi Promotor- è persino peggiore di quella dell’economia reale: «Il livello di tassazione è ormai controproducente pure per il fisco», sostiene Gian Primo Quagliano spiegando che «gli ultimi dati sui consumi di carburante rivelano che nel dicembre scorso vi è stato un calo delle vendite di benzina e gasolio alle pompe di ben il 13,5% e questo andamento ha per la prima volta prodotto il cosiddetto effetto Laffer: il fortissimo rincaro della tassazione ha avuto infatti un impatto così negativo sui consumi che il gettito fiscale di dicembre, invece di aumentare, è calato di ben il 7,2% con una perdita secca per l’Erario di 229 milioni».

Daniele Sparisci
danielesparisci

1 febbraio 2013 | 19:10

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Corriere della Sera

L’anno orribile dell’automobileil mercato torna ai livelli del 1979

Nel 2012 vendute poco di 1 un milione e 400 mila vetture.
Fiat perde 100 mila unità ma in Brasile fa il record

LA CRISI DEL SETTORE AUTO   unrae 2012

Nel 2012 vendute poco di 1 un milione e 400 mila vetture.
Fiat perde 100 mila unità ma in Brasile fa il record

MILANO- Indietro tutta di trentatre anni. Le vendite di auto in Italia tornano ai livelli del 1979: poco più di un milione e 400 mila unità, il 20% in meno del 2011 quando ne erano state immatricolate 1 un milione e 749 mila. A dicembre il calo è stato persino superiore rispetto ad altri mesi: -22%.

 

FIAT, DOLORI IN CASA E RECORD IN BRASILE-Per quanto riguarda il gruppo Fiat, le vendite in dicembre sono scese del 20,2% a 25.385 unità, mentre nell’intero 2012 il Lingotto ha immatricolato esattamente 100mila auto in meno, per una flessione del 19,4% a 414.925. Piccole consolazioni: la quota di mercato è salita al 29,26% in dicembre (dal 28,42% di un anno prima) e al 29,59% per l’intero 2012 (29,43% nel 2011); Panda e Punto si confermano ai primi due posti nella classifica dei modelli più popolari. Le soddisfazioni, invece, arrivano da altri paesi: in Brasile Fiat vende il doppio che in Italia. Nel 2012 ha immatricolato 838 mila veicoli (e ne ha prodotti 759 mila), il migliore risultato in 36 anni di attività. Rispetto al 2011 la crescita è dell’11%, la casa torinese così mantiene il primato interno . Giovedì arriveranno i dati della Chrysler, anche questi positivi sull’onda della ripresa americana.

 

GLI SCONTI NON FUNZIONANO– Ma torniamo all’Italia. A poco sono serviti sconti con importi spesso superiori ai 5 mila euro: più delle promozioni influiscono i rincari dei prezzi della benzina, dell’Rc Auto e gli aumenti delle imposte provinciali e dal primo gennaio pure quelli delle multe e dei pedaggi autostradali. «La crisi economica, la pressione fiscale sulle famiglie, le restrizioni al credito alle imprese hanno determinato una domanda totalmente anelastica rispetto alle straordinarie offerte» spiega Jacques Bosquet, presidente dell’Unrae. Altre conferme arrivano dagli acquisti delle famiglie: -22,9%, uno dei dati più bassi mai registrati.

«MERCATO FALSATO DALLE KM ZERO»- Secondo i concessionari poi la situazione è ancora più grave di quanto emerge dai dati: per Federauto «solo grazie a un massiccio intervento di chilometri zero dicembre si è riusciti a raggiungere quota 1,4 milioni». In dodici mesi – secondo i dealer- si sono perse 347.650 unità equivalenti a un fatturato di circa 7 miliardi di euro. E il 2013 non promette nulla di buono: per gli analisti è atteso un ulteriore calo, anche se in misura minore.

MALE ANCHE L’USATO– Ma i segnali non sono incoraggianti, va male anche l’usato: i passaggi di proprietà sono calati del 9,8.« Di solito quando il nuovo non tira il mercato dell’usato è in ripresa, ma nelle fasi veramente difficili quest’ultimo rallenta», spiega Gian Primo Quagliano direttore del centro studi Gl Events. Che non esclude qualche spiraglio di luce: «A partire da aprile-maggio potrebbe esserci un’inversione di tendenza: oggi l’automobile soffre di più dell’economia reale. Ma solo se ci sarà una politica economica meno punitiva ». Cioè se il prossimo governo metterà in atto un piano di rilancio, come quello richiesto dall’Anfia: «Rivedere provvedimenti troppo penalizzanti: come la riduzione della deducibilità del costo delle vetture aziendali, imposta sulle autovetture sportive e IPT».

Daniele Sparisci
danielesparisci

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