l’ACI ha calcolato che solo 800 mila degli oltre 4 milioni di veicoli ultraventennali circolanti in Italia hanno valore storico

20130612-192333.jpg Benvenuti alla fiera della piccola furbizia quotidiana degli italiani per eludere le tasse sulle auto. Vessati dal fisco oppressivo e schiacciati dalla crisi che toglie soldi da dedicare alle quattro ruote, antico amore del Paese, molti hanno approfittato delle maglie larghe aperte dalla legge per far considerare auto solo «vecchie» come storiche e godere di benefifici fiscali non indifferenti. Come la riduzione del bollo che può arrivare fino al 90% dell’importo dovuto e uno sconto considerevole sull’assicurazione auto. Risultato: vincono i furbi, perde lo Stato che non incassa il dovuto e i cittadini costretti a vedere sfrecciare sulle strade macchine di vecchia generazione più inquinanti e meno sicure.

I NUMERI – A fare un conto di quanto il fenomeno sia diffuso è stata l’Automobile club d’Italia che ha calcolato che solo 800 mila degli oltre 4 milioni di veicoli ultraventennali circolanti in Italia hanno valore storico. Gli altri 3,2 milioni sono solo auto vecchie, poco sicure, che girano tutti i giorni, inquinano e vanno solo rottamate. A consentire questo fenomeno le maglie della legge troppo larghe nel concedere lo status di «storico» a un veicolo.

CHI PERDE – Il forte sconto assicurato dallo Stato alla tassa di possesso per un veicolo con più di venti anni, quando non se ne avrebbe diritto, ha comportato una riduzione di gettito per lo Stato nel solo 2013 pari a circa 130 milioni di euro. Pur salvaguardando le facilitazioni per i possessori di vere auto storiche ma con una più attenta gestione del sistema, le auto d’epoca originali avrebbero versato oltre 39 milioni di euro nel 2013 in tasse automobilistiche. L’erario avrebbe invece recuperato più di 117 milioni di euro dai veicoli ultraventennali privi di interesse storico e che per questo da assoggettare alla tassazione ordinaria. A questi vanno poi aggiunti 12,5 milioni di euro di gettito recuperabile dall’Imposta Provinciale di Trascrizione, per un totale, appunto, di quasi 130 milioni di euro.

IL VERO E IL FALSO – Tra questi 4 milioni di veicoli bisogna distinguere le auto “vecchie” da quelle di vero “interesse storico“: solo queste ultime sono meritevoli di ogni tutela giuridica, fiscale ed economica, perché trasmettono alle future generazioni un “valore” inestimabile da tramandare. Il fatto che l’80% di questi 4 milioni di veicoli valga molto meno di 10.000 euro dimostra invece che ci sono una miriade di auto obsolete, inquinanti e poco sicure che fino ad oggi sono riuscite ad approfittare della situazione legislativa. Le motivazioni di questa stortura sta soprattutto nel fatto che la legge ha delegato ad alcuni soggetti – perfino privati – il potere di riconoscere i vantaggi fiscali ai veicoli, senza però prevedere i più opportuni strumenti di controllo su come tale potere venga poi esercitato.

LE MAGLIE LARGHE – Due le criticità più evidenti dal lassismo nel settore. La prima è che i possessori di auto d’epoca debbano necessariamente associarsi a un club di auto storiche per ottenere la certificazione di storicità, pagando quindi per vedere riconosciuti diritti di legge. La seconda è la mancata attuazione dell’obbligo di redigere una lista univoca di modelli universalmente riconosciuti come storici da parte di quasi tutti i soggetti menzionati nell’articolo 60 del Codice della Strada, che elenca le strutture preposte alla certificazione dei diritti dei possessori di auto d’epoca. Solo la Federazione Motociclistica Italiana lo ha fatto. Altri soggetti come l’Automobile club Storico Italiano (Asi) sono state meno attenti. Così però si è passati dai 1.500 certificati di rilevanza storica rilasciati dall’Asi nel 2011 agli oltre 130.000 del 2012. Così riporta la Manovella, house organ dell’Associazione, nel numero dello scorso maggio. Troppe dunque.

LE ASSICURAZIONI – Teoricamente le auto d’epoca dovrebbero essere usate di rado per partecipare ad esempio a raduni. Meno percorrenza significa bassa rischiosità e comporta uno sconto fino al 30% della tariffa. Dunque l’iscrizione all’Asi serve anche a economizzare sulla Rc auto. Le compagnia hanno fiutato il pericolo e cominciano a rifiutare la polizza a veicoli non storici ma solo vecchi.

(Autore: Filippo Caleri – Il Tempo)